il (dis)piacere. Critica all’ipotesto
Il protagonista del racconto de il (dis)piacere di F. Sturini è un esteta, che filtra il genio del Barone Des Senteries e quello dei biscotti Doria. Egli ricerca il bello e disprezza il mondo borghese, conduce una vita eccezionale, vive la sua vita come un’opera d’arte (dadaista però) e rifiuta le regole basilari del vivere morale e sociale. Soprattutto in cucina. La sua sensibilità straordinaria implica, però, una certa corruzione (evidenziata peraltro dalle foto a supporto del testo), anche nella sadica sovrapposizione delle sue donne (che come si vede non ci sono mai, ma proprio a loro è dedicato il racconto), corruzione che fa parte di quella necessità ideologica e psicologica del dandy domestico, cagionata anche da una Belluno corrotta e lussuriosa. Anche se F., il protagonista e alter ego dell’autore, la vive non senza un’intima sofferenza, dovuta alla degradazione di quella forza morale, della sua personalità nonché – appunto – della sua cucina, perché le massime paterne (“Non farla la spesa F.!”) e quelle del suo maestro Orazio (“dagli di sturatore, eccheccazzo!!!”) presumono uno spirito forte, che domini le proprie debolezze. Ma ecco un estratto del racconto il (dis)piacere: “Egli era per così dire tutto impregnato d’arte, unto si potrebbe dire (quasi un testimonial prototipico del Bio Shout – Lo Sciogli macchia): poté compiere la sua straordinaria educazione estetica sotto la cura di un idraulico libidinoso – Orazio -, che lo educò al massacro del lavandino, alternando seminari di sbocchi della lavastoviglie. Da lui ebbe però anche il culto delle cose d’arte nel bagno, il culto spassionato della bellezza del rubinetto, il paradossale disprezzo delle docce, l’avidità del piacere di sgrassare. Fin dal principio egli fu prodigo di sé; poiché la grande forza sensitiva, ond’egli era dotato, non si stancava mai di fornire tesori alle sue prodigalità. Ma l’espansione di quella forza era in la distruzione di un’altra forza, della forza morale che Orazio stesso – il maestro – non aveva ritegno a reprimere. Sempre Orazio gli aveva dato, tra le altre, questa massima fondamentale: bisogna fare la propria vita come un tubo. Bisogna che la vita d’un uomo d’intelletto sia opera di lui, del tubo. La superiorità vera è tutta qui”. Ma una depressione colse il nostro: una turpe si oserebbe dire, neghittosa, escatologica vendetta nei confronti dell’arte e anche della distruzione di questa: un’indifferenza netta, improvvisa: senza distruzione né ricostruzione [...]. Un capolavoro insomma: nei migliori negozi di detersivi.



