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Ancora due giorni

19 luglio 2010

L’afa e il sudore sono percepibili al di là di ogni ragionevole sopportazione e Gian se ne sta seduto sul divano di semi-pelle semi-sfondato semi-bruciato in canottiera e mutande in atteggiamento volutamente antiestetico: canottiera e havaianas non sono esattamente il suo completo preferito, ma adeguato all’anticiclone africano. Mendicare bevande fresche davanti al frigorifero vuoto non fa che aumentare il senso di desolazione.

La brace di quella sigaretta arde sui ricordi di Gian e quel crepitio sembra assolverlo dalle sue colpe: pensava troppo al futuro dimenticando il presente. Ma la memoria è un animale stupido: così ha smesso di ricordare i progetti che faceva e ha cominciato a ricordare ciò che non fa più.

Il fumo gli ricorda senza alcuna pietà che il tempo passa e di lui non rimane granché: solo un odore acre nella stanza chiusa. Quei pensieri sanno di vecchio: meglio aprire le finestre e non pensarci più. Bella mossa Gian! Stavolta ci sei.

La memoria non è solo un animale stupido, è anche un cane che ti abbaia addosso i sentimenti rimossi quando proprio non te l’aspetti. Cazzo, decidi di non dagli da mangiare e lui ti fa sentire il suo cazzo di latrato come a dire: ora ci penso io a te. E ringhia.

I sogni sono la subdola vendetta dei sentimenti marcescenti che hai deciso di non considerare più. Metti un bel deodorante in frigo così quando lo apri non ti ricordi di quello che sta imputridendo e continui a riempirlo di cose fin quando non scoppia, fin quando la roba sana non copre quella melma che in fondo non hai voglia di raschiare e il tuo dobermann mentale mostra i denti, prima o poi.

Gian attraversa con fatica il tempo gelatinoso, avanza lentamente immerso nel budino dei ricordi che è e continua a essere denso da percorrere. E’ la memoria solida, fisica, corporea che ti fa arrancare e andare avanti lentamente, che ti trattiene e ti tira indietro e tu punti i piedi e remi con le braccia e cerchi di nuotare ma non ti muovi. Vedi avanti ma non vai avanti.

Dalla finestra chiusa, con le tapparelle abbassate quasi del tutto per cercare di tenere almeno un po’ il caldo fuori, filtra un raggio di sole che illumina la penombra d’un’esistenza ristagnante come l’odore dei mozziconi di sigaretta riversi sul fondo di un posacenere da chissà quanto. Il pulviscolo sospeso nell’aria viene sottolineato dalla luce solare quasi ad evidenziare l’esistenza dell’impercepibile, a rendere presente la realtà dei fatti, a dirti che non è che l’invisibile non esista, ma può essere che tu, che credi di esistere, forse non ci sei: sei tu il riflesso sullo specchio, sei tu l’ombra sul pavimento, sei tu lo spettro sognato da qualcuno.

Gian ha gli occhi chiari, così chiari che il minimo accenno di luce lo costringe a coprirsi, a ritirarsi nell’ombra. Così, mentre per tutti la luce è portatrice di chiarezza e verità, per lui è ragione d’oblio: è il suo buio.

Gian inforca i suoi occhiali da sole nuovi di zecca così s’illude d’esser ancora invisibile, aspira una boccata di sigaretta per sentirsi ancora vivo e tira un sorso di birra gelata per cercare d’esser immortale. Poi ripone la rivoltella nella custodia per avere l’illusione d’essere lui a decidere.

Lo smoking non sarà pronto prima di dopodomani.

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