Alrimondi, altrementi e altrezze varie
Gian corre per la spiaggia bianchissima indossando degli occhiali da sole a stella neri. Improvvisamente si ferma davanti a un vuccumprà, si mette un fischietto in bocca ed estrae da un taccuino nero un cartellino giallo e ammonisce il venditore ambulante. Così noto che ha un costume nero Gian: indubitabilmente arbitro.
Quello non accenna a girarsi e così lui gli batte la mano tesa sulla spalla e gli fa vedere per bene il cartellino, glielo schiaffa sotto al naso, e gli si proietta tutto in avanti con la sua forma longilinea, magra e leggermente ricurva all’altezza delle spalle. Poi si gira e se ne va come nulla fosse, lasciando attoniti quegli occhi neri sbarrati e penzolanti quelle camicette di chiffon bianche e turchese.
Gian attraversa di corsa una fetta di spiaggia facendo slalom tra ombrelloni, secchielli e asciugamani e si avvicina a un signore dalla pelle lattiginosa evidentemente arrossata dal sole: lo scruta, e con autorevolezza gli punta il cartellino rosso e fischia, poi aggiunge: “visto che il sole nun te fa gnente, vatt’a coricà”.
Gian è l’indiscutibile arbitro della spiaggia che inappellabilmente ammonisce o espelle le persone.
Gian vede cose che le persone normali non possono vedere, lui vede al di là di noi stessi perché ha la capacità e la sensibilità per farlo. E’ l’arbitro dell’anima che riesce a percepire tangibile e vera. Lui non discrimina, distingue: vede le persone per ciò che sono dentro e non per ciò che appaiono.
Le persone rimangono attonite e incredule difronte a quei gesti, ma mentre tu sei occupato a pensare perché sei stato ammonito o espulso per lui sei già storia vecchia, non si ricorda più di te: tu non esisti, sei superato. Tu sei ancora lì che ti domandi e lui già sta ammonendo qualcun altro. Non gl’importa se te ne vai o meno basta solo che tu sappia.
Ma Gian non è solo questo. Conta gli ultimi cinque secondi e fischia la fine.
Nei giorni di vento forte balla sulle dune seguendo il ritmo del suo mp3 – pensiamo noi – ma in realtà segue il suo ritmo interiore: sì perché lui ce l’ha e lo sente, non come noi che l’abbiamo dimenticato e ora ce ne stiamo nella compostezza delle nostre convenzioni civili ché va bene l’educazione ma morire del tutto questo proprio no.
Non balla da solo Gian, balla col vento che noi pensiamo sia solo aria e invece è il respiro del mondo, è un abbraccio, è una coccola fatta a un figlio, è una culla, un pensiero felice che ti fa sentire leggero per un attimo nella vita.
Poi Gian lotta col mare, s’incazza perché è mosso e prende a calci e pugni le onde. Io purtroppo non riesco a vedere ciò che vede lui: non mi accorgo dei mostri dai quali ci protegge senza che nemmeno lo sappiamo ma mi ricordo d’una volta che lottavo contro i miei mostri e speravo che le onde mi battessero sul tempo.
L’ho visto correre incontro a una ragazza e porgerle una fascia elastica azzurra per i capelli. Lei imbarazzata dice: “Grazie Gian, ma… non posso accettare” e lui di rimando come fosse la cosa più normale del mondo: “l’ho comprata per te perché sei una sorella, se ti va la tieni sennò no” e va.
E’ stato come vederlo sbucare dal suo mondo nel nostro per un attimo, mettere dentro la testa, guardarsi attorno, fregare una sigaretta da un pacchetto sul tavolino senza farsi notare nell’attimo stesso in cui il proprietario si alza, mandare un bacio con la mano e tornarsene da dove è venuto, dietro quelle stelle che a noi paiono occhiali.
Qui la gente pensa che sia matto, che sia nato così con qualche rotella che gira da un’altra parte, qualcuno dice che sia così a causa di un amore: ché l’amore ti rende pazzo solo quando finisce male mentre le cazzate che si fanno quando va bene son normali.
E poi, poi c’è Michele: il pittore naÏf.
